“Venuto al mondo” di Margaret Mazzantini è uno di quei libri che non si leggono soltanto: si sentono. Ti entra dentro come un pugno e ti resta addosso come una carezza, lasciandoti con quel senso di mancanza e pienezza che solo le storie vere sanno dare. È un romanzo che racconta una guerra – quella in Bosnia ed Erzegovina – che appartiene alla storia recente, eppure troppo spesso rimane relegata in fondo ai libri, nei margini delle conversazioni, come se facesse ancora troppo male per parlarne davvero.
Io sono nata proprio in quegli anni. Di quella guerra avevo sentito raccontare, ma mai da chi l’aveva vissuta in prima persona. Mai attraversando i luoghi, mai incrociando gli sguardi di chi ha resistito. Così, con quel libro nel cuore come una bussola emotiva, ho deciso di partire. Volevo camminare tra le strade di Sarajevo, sentire l’eco della sua memoria, ascoltare la sua voce sussurrata tra le pietre e i silenzi.
Ho prenotato un volo low cost, tre giorni per assaggiare – appena – la complessità di questa terra. Un piccolo B&B vicino al centro storico, un bagaglio leggero e la mente aperta. E, lo ammetto, con qualche pregiudizio in valigia: mi aspettavo malinconia, degrado, una bellezza spenta dal dolore.
E invece no.
Mi è bastato mettere piede nella Baščaršija, il cuore antico di Sarajevo, per capire quanto ci sbagliamo quando guardiamo il mondo attraverso i filtri delle nostre paure. Le vie strette profumano di caffè e spezie, le moschee si affiancano alle chiese cattoliche e ortodosse, e le persone ti guardano negli occhi, con uno sguardo che accoglie.
Sì, Sarajevo porta ancora i segni della guerra. I colpi di arma da fuoco sulle facciate delle case, le “rose di Sarajevo” disegnate sull’asfalto dalle esplosioni delle granate, i racconti nei musei che stringono il cuore. Ma tutto questo non è tristezza. È memoria viva. È dignità.
Negli occhi degli anziani, che hanno vissuto l’assedio, ho visto una malinconia gentile, mai rassegnata. Nei volti dei giovani, ho visto una tenacia forte, che non dimentica ma che ha scelto di andare avanti. Sarajevo non è una città ferita: è una città che ha scelto di guarire con grazia, senza cancellare le cicatrici.
Oggi è vita. Sono le risate di bambini che rimbalzano sulle pietre antiche. È la musica che si mescola alla preghiera. È un passato che cammina accanto al presente, senza scontrarsi, ma tenendosi per mano.
Sarajevo mi ha insegnato che si può essere fragili e, allo stesso tempo, pieni di luce. Che si può convivere con il dolore e la bellezza, con la storia e il futuro. E che spesso, per sentirsi toccati nel profondo, basta lasciarsi attraversare da un luogo senza cercare di capirlo subito.
Sarajevo tra memoria e rinascita
Con i suoi poco più di 300.000 abitanti, Sarajevo potrebbe sembrare, a prima vista, simile a un qualunque capoluogo italiano di medie dimensioni. Ma sarebbe un errore fermarsi ai numeri. In realtà, dentro la sua dimensione raccolta si cela un mondo da scoprire lentamente, con la stessa cura con cui si scarta un cioccolatino pregiato: un involucro semplice che custodisce un cuore intenso, profondo.
Dall’aeroporto, la strada verso il centro è un viaggio nella storia recente: si costeggiano gli austeri edifici di epoca sovietica, si passa davanti alla sagoma gialla e inconfondibile dell’Holiday Inn, che durante l’assedio divenne rifugio per la stampa internazionale. Poi, come in un cambio di scena, si arriva al nuovo quartiere commerciale, dominato da grattacieli e centri moderni, simbolo di una città che non smette di guardare avanti.
Ma è nel cuore antico di Sarajevo che accade la magia: qui, l’Oriente e l’Occidente si stringono la mano, si mescolano, si raccontano. Le colline verdi che abbracciano la città creano un anfiteatro naturale affascinante e al tempo stesso tragico, perché da quelle stesse alture i cecchini colpivano durante l’assedio. Oggi, però, sono solo il fondale di una città che pulsa.
Nel giro di pochi passi si passa dalla cattedrale del Sacro Cuore alla moschea ottomana di Gazi Husrev-beg, fino al Ponte Latino, vicino al quale fu assassinato Francesco Ferdinando, un evento che avrebbe dato inizio alla Prima guerra mondiale. E poi i bazar, le botteghe, i profumi delle spezie e del caffè bosniaco, le insegne in cirillico e in alfabeto latino, le storie che si leggono nei muri e negli sguardi.
Il centro si visita in mezza giornata, con calma, respirando l’anima della città. Ancora meglio se accompagnati da guide locali, come quelle di Bella Bosnia Tours, che ogni giorno organizzano free walking tour tra i principali punti di interesse, arricchiti da aneddoti e curiosità che difficilmente troverai sulle guide cartacee.
Ma Sarajevo chiede anche silenzio, ascolto, consapevolezza. Per questo, nel pomeriggio, è quasi un dovere morale partecipare a uno dei tour dedicati alla guerra. Si parte dal Tunnel della Speranza, scavato a mano durante l’assedio per garantire un collegamento vitale con il mondo esterno, passando poi per il famigerato viale dei cecchini e per il mercato Markale, teatro dei due più gravi massacri della città.
Le guide sono ragazzi bosniaci, come Ermin o Irfan che mi hanno accompagnata in questo sorprendente viaggio. Giovani, sorridenti, ma con un peso addosso che li rende profondi. Le loro famiglie hanno vissuto sulla pelle l’orrore della guerra, e mentre parlano lo fanno senza retorica, ma con un’emozione tangibile. Ascoltarli non è solo informarsi: è entrare, per qualche ora, nella memoria collettiva di un popolo che ha scelto di non dimenticare.



Un viaggio dentro il viaggio: l’Erzegovina
Raramente partecipo a tour organizzati, ma ci sono luoghi che meritano di essere attraversati con occhi che li conoscono davvero. La Bosnia ed Erzegovina è uno di questi. Affidarsi a chi vive questo territorio sulla propria pelle significa trasformare un semplice itinerario in un viaggio dentro il viaggio, dove ogni tappa diventa racconto, memoria, emozione.
Così, il giorno successivo, insieme a Nermin, il fondatore di Bella Bosnia Tours, ho lasciato Sarajevo per addentrarmi in Erzegovina, la parte più aspra e rocciosa del Paese. E, anche stavolta, è stato amore.
La prima tappa ci ha portati alle cascate di Kravice, un angolo di paradiso dove l’acqua si getta con forza in una piscina naturale color smeraldo, circondata da una vegetazione lussureggiante. Un luogo che lascia senza parole e ti fa sentire minuscola davanti alla sua bellezza.
Poi, Počitelj, un borgo medievale adagiato sul fiume, dove le influenze ottomane e cattoliche convivono in equilibrio raro e ogni angolo sembra sospeso nel tempo.
A Blagaj, invece, la magia si fa silenziosa: incastonata nella roccia, la tekija, la casa dei dervisci, si affaccia sulle acque di una sorgente limpidissima. Un luogo di pace e spiritualità, unico nel suo genere, dove viene spontaneo rallentare il passo e respirare più a fondo.
E infine Mostar, con il suo ponte leggendario, distrutto durante la guerra e poi ricostruito come simbolo di unione e rinascita. Oggi è teatro di coraggio: ogni giorno, giovani bosniaci si tuffano dalle sue altezze nelle acque gelide del fiume Neretva, tra gli applausi e gli sguardi increduli dei turisti.
Uscire da Sarajevo mi ha fatto scoprire un’altra Bosnia: selvaggia, autentica, profondamente viva. Un Paese perfetto per chi cerca un viaggio lento, a contatto con la natura e lontano dai circuiti del turismo di massa.
Sono rimasta poco, è vero. Ma quel poco mi ha cambiata. Mi sento ora portatrice di una memoria collettiva, di un’eredità che non voglio dimenticare e che sento il dovere di condividere. L’eredità di un passato doloroso, sì, ma anche di un futuro luminoso che tanti giovani bosniaci – come Nermin, Ermin o Irfan – stanno costruendo giorno dopo giorno, con coraggio e dignità.
La Bosnia ed Erzegovina è più vicina all’Italia di quanto pensiamo. È perfetta per un weekend ma merita anche un viaggio più lungo, più profondo. E il mio augurio è che chi ci arrivi non lo faccia solo per “vedere”, ma per ascoltare, capire, sentire. Viaggio dopo viaggio.
Io, lo so già, ci tornerò.






