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LE LONGHOUSE DEL BORNEO E I CACCIATORI DI TESTE

headhunters

In breve

Il Borneo non significa solo giungla e animali. Il Borneo sono le tribù che lo abitano, che hanno fatto delle loro tradizioni un vero e proprio biglietto da visita.
Come gli Iban, ex cacciatori di teste, le cui abitazioni – le longhouse – sono diventate il simbolo di un’intera comunità.

Esperienza suggerita: visita Annah Rais Longhouse nei pressi di Kuching in Malesia per avere un primo impatto con le tradizionali abitazioni.

Tempo di lettura: 3 minuti.

Il Borneo è la terza isola del mondo per superficie e le sue foreste sono tra le più ricche di biodiversità e tra quelle meno esplorate: oranghi, scimmie nasiche e leopardi nebulosi sono solo alcune delle specie endemiche che abitano il territorio.

Ma oltre agli animali e alla fitta giungla, il Borneo – e in particolare la regione del Sarawak – è famosa per essere la terra che ospita gli Iban – ramo delle tribù Dayak – noti per essere stati dei feroci Headhunters, ossia “cacciatori di teste“. Una pratica che fortunatamente non viene più eseguita da qualche anno, ma che racconta la storia di un popolo indigeno che ha costruito la sua fama su un inusuale modo di guadagnarsi il rispetto e salvaguardare l’onore.

Una tribù i cui discendenti – ancora oggi – vivono nelle tradizionali longhouse, lunghe abitazioni in cui coesistono diverse famiglie. E sebbene non tutte abbiano conservato totalmente la loro identità più autentica (molte longhouse, ad esempio, oggi sono dotate di elettricità), visitarle permette di immaginarsi come trascorreva la vita nel passato.

Una vita fatta di condivisione e di senso di appartenenza, dove chi proveniva da fuori veniva considerato un nemico.

Le longhouse ieri

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Un unico villaggio raccolto sotto un unico tetto.

Così si possono descrivere le longhouse, abitazioni tradizionali dei Dayak, popolazione indigena del Borneo.

Un complesso di palafitte rialzate dal suolo per fuggire all’umidità e agli attacchi degli animali, costruite in riva al fiume o nelle sue vicinanze e completamente nascoste nella vegetazione: le prime longhouse risalgono a circa 3.000 anni fa e vengono edificate con paglia e bambù.

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A dare il nome alle longhouse è la awah, un’ampia veranda comune coperta (lunga anche 250 metri) dove si svolge la vita della comunità e le principali attività quotidiane. Ai lati si aprono i bilik, gli appartamenti privati di ogni famiglia, utilizzati solamente per dormire e per stoccare la merce. Niente mobili, niente suppellettili, solamente delle stuoie da srotolare all’occorrenza, in maniera simile alla CASA TRADIZIONALE GIAPPONESE.

Nel centro del villaggio sorge la Head House che conserva le teste cacciate. Sì, perché le longhouse sono le abitazioni degli ormai ex cacciatori di teste. Il popolo Dayak, infatti, è composto da oltre duecento etnie diverse e – un tempo – quando avvenivano i conflitti tra loro, i vincitori usavano tagliare la testa del nemico e portarla al villaggio in segno di vittoria. Teste e scalpi venivano poi tramandati di generazione in generazione in segno di potere, ma anche perché credevano che il cranio fosse il contenitore dell’anima: conservando le teste nel villaggio, lo si animava di nuova vita.

La tradizione tuttavia si interrompe in seguito all’influenza del cristianesimo e alle leggi imposte dai coloni, ma non si conclude del tutto fino al 2001, ultimo scontro con i musulmani emigrati nell’isola di Madura in Indonesia.

Le longhouse oggi

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Immagina di percorrere decine di chilometri su una strada dove è raro incontrare tracce dell’uomo. Intorno la giungla più fitta e in lontananza il canto degli uccelli tropicali. Il tipico caldo-umido asiatico rende difficile qualsiasi attività, anche le più semplici.

A un certo punto, poco visibile dalla strada, scorgi delle abitazioni che compongono un villaggio caratteristico: è la longhouse di Annah Rais, la più vicina alla città di Kuching  (altre, ancora più autentiche, è possibile visitarle nei pressi di Batang Ai, dove trascorrere anche la notte).

Ad accoglierti le donne del villaggio che ti offrono un bicchiere di tuak, vino di riso, in segno di ospitalità e accoglienza, da deglutire tutto d’un fiato. Tempo di registrarsi (sì, perché la comunità è molto rigida su queste regole) e salire i ripidi gradini ottenuti da un tronco intagliato che vanno a costiuire una scala di legno che ci si ritrova nel cuore di un villaggio rialzato da terra.

Palafitte collegate tra loro da un grosso patio comune dal pavimento in bambù, alla cui destra e sinistra si trovano gli appartamenti di chi, nel villaggio, abita tuttora: 500 tra bambini, adulti e anziani che mantengono viva la tradizione della comunità, auto sostentandosi attraverso la vendita dei prodotti locali da loro coltivati (come il pepe) e ormai grazie anche al turismo.

Gli abitanti che oggi abitano la longhouse amano i comfort della vita moderna (l’elettricità è presente in alcune ore della giornata e non è raro osservare parabole sui tetti), ma hanno scelto di conservare l’architettura tradizionale e l’interazione sociale che essa permette. C’è chi cucina, chi intesse tappeti in ratan, bambini che giocano. Tutto, comunque, insieme.

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I più giovani però hanno preferito le città e si sono trasferiti nella capitale del Borneo occidentale Kuching per svolgere lavori più qualificati e per cui hanno studiato. Chi non può ancora scegliere, i bambini, segue le lezioni nell’asilo e nella scuola elementare situate nei pressi del villaggio.

Tutti però conservano lo stretto legame con la longhouse, dove si riuniscono per le principali celebrazioni familiari e comunitarie.

La vita trascorre semplice, forte il senso di condivisione e di comunità: un focolare dove cuocere il pane, fili dove stendere i panni ad asciugare, campi da coltivare.

Le campagne distano chilometri dal villaggio e nessuno, se non chi ci lavora, conosce l’esatta locazione. Raggiungerle è faticoso, prevede un percorso in salita di chi sa quanti metri di dislivello e, molte volte, prima di tornare al villaggio, i contadini preferiscono recuperare le energie e dormire nelle capanne nei campi.

Anche se le costruzioni ormai sono moderne, con i loro muri di mattoni e cemento e i tetti in lamiera, è facile immaginarsi come potevano essere un tempo, grazie anche alla presenza un’abitazione tradizionale lasciata come ricordo. E come monito sono anche le teste cacciate, conservate con orgoglio nell’edificio principale che un tempo fungeva da centro direzionale e dove solo il capo villaggio e gli uomini hanno accesso.

Visitare una longhouse è un viaggio nel tempo che è d’obbligo compiere se si visita il Borneo, per osservare da vicino l’origine e l’evoluzione di un popolo.

Conoscere il passato, per comprendere il presente.

Provato da me